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Un viaggio di tanti anni fa.
Tutto appariva in pace, a parte l'ovvia agitazione degli studenti kosovari per la quale sembrava inevitabile raggiungere Salonicco attraverso la Bulgaria. Invece, percorsa una strada "valdostana" e ben asfaltata, ecco le moschee europee, ecco la terra dell'odio e della tolleranza, del cristianesimo e dell'islam, delle lunghe barbe e dei capelli rasati. Tutte contraddizioni che, di solito, dovrebbero dimostrare la solidità della convivenza. Invece qualcuno ha sussurrato l'insopportabilità della situazione.

Eppure abbiamo conosciuto il loro cibo, assaporato le loro bevande, goduto l'ombra delle loro pergole, percepito la loro ospitalità orgogliosa e discreta.

Perchè la politica internazionale non viene affidata ad accorte agenzie turistiche ed alle carovane dei tour enogastronomici?

Balcani

Trau (Trogir) è come una sosta quieta appena sul bordo dell'Adriatico. Proprio per quelle piazze riservate e accoglienti all'ombra di un sole anche nostro.

Questo paese è l'Europa dai mille volti che avremmo voluto conquistare armati della sola speranza.

 

 

 

La Dalmazia si distende lungo la costa come per conquistare il Sud e l'Oriente al tempo stesso, rendendo misteriosamente familiare l'estraneo e straniero l'aspetto familiare delle architetture.

Nelle piazze, nei vicoli, lungo le banchine si smorzano le parole ubriache dei princìpi che generano guerra.

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Ragusa (Dubrovnik) - Se una città può essere definita orgogliosa lo testimoniano le strade accoglienti e sobrie, i salotti delle sue piazze, il decoro non altero dei suoi abitanti. Tra queste case, i colpi di cannone non potevano mirare ad un nemico. Perchè, allora?

Si poteva salire sulle terrazze e percorrere i camminamenti lungo le mura. Ciò che appariva erano luoghi nei quali sarebbe stato bello vivere per sempre. Nell'immagine lo "Stradun".

 

 

Il nemico era sul mare e il mare non era la villeggiatura, perciò le alte mura a difesa di quell'azzurro, insopportabile nella sua bellezza.

Potevi affacciarti sul cortile di una casa e scrutarne l'intima vita quotidiana, senza protezione...

Infine il nemico (di tanta civiltà urbana) è arrivato dall'interno, dai deserti del ginepro e dal calcare rosa delle colline.

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In quel periodo, lungo la sponda  c'era un raduno di "zingari" slavi che aveva intasato la strada con carri multicolori. Appartenevano a noi nomadi il vecchio paese di pescatori, l'agglomerato di case popolari inevitabilmente anonime e seriali, ma anche le due isolette dove Venezia aveva lasciato un segno del dominio politico e culturale.
Le Bocche di Cattaro, l'unico fiordo del Mediterraneo e la dolcezza del mare dominato dai rudi rilievi del Montenegro.

Come nella mia Liguria, la costa precipita in un mare che non la tradisce per profondità e intensità del colore.

Montenegro, un nome silvestre come la foresta umbra, sul Gargano, e insieme severo come l'ascetica boscosità degli eremi umbri. Poco più a sud il "paese delle aquile", allora misterioso e sconosciuto, chiuso nella miseria del suo regime autarchico e cieco.

Non si intravvede neppure una sola scia di natante a motore.

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La strada si allontana dalla costa per risalire le montagne, i corsi dei torrenti sembrano, talvolta, luoghi arcadici e un teatro per scene mitologiche.

Forse per queste storie senza senso sono state ingaggiate, qui, battaglie senza motivo apparente che non fosse quello di altre e codificate mitologie.

 

 

Pec si trova nel Kosovo, cupole orientali, mosaici bizantini e rito ortodosso. Sul campanile i due leoni rampanti di Venezia.
Nel nucleo abitato si trova la moschea con il muezzin che chiama alle cinque preghiere quotidiane dalla stessa latitudine dell'Argentario, da un minareto situato poco più a oriente di Otranto...

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Decani è "romanico leccese" con la cupola orientaleggiante  per cappello al campanile. E, intanto, quelle conifere ombrose che sanno di montagna. La stessa dove ancora si combatte.

Potevamo avere tutto, inteso per chi ama possedere con gli occhi. E invece siamo intervenuti come fanno i potenti, indossando divise e al riparo di forze maggiori. Tardi.

 

 

 

Improvvisamente un fiume dalle alte e scoscese pareti sotto al ponte di una strada che sembra attraversare deserti. Invece un pullulare di giovani fino a dove arriva lo sguardo. L'oriente sembra essersi trasformato in India, in Cina e in ogni luogo asiatico dove può la fantasia di un viaggiatore vicinale.

Si tuffano dalle alte pareti come per mostrare l'abilità e il coraggio, dunque sublimando il confronto con una prova personale ed estetica.
Ora avranno, oppure avrebbero avuto, trenta, trentacinque anni.

É la Macedonia, nel 1981.

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Balcani

I falchi sfrecciano incuranti
della preda
nel loro gioco di morte
senza rischio.
Terra senza seme
e bambini che fanno alla guerra
tra scheletri di case
all'ombra così leggera...
Saetta, e non fosse per quel rombo
neppure le mani a proteggere
le tempie
poco prima del lampo e del boato.
Popoli recisi tutti
famiglie amputate di padri e mogli e figli
sorelle del tempo del ricordo,
quante lacrime prima
che trascorrano
sbiadiscano, ritornino nella memoria di vecchi?
Sono troppo lontano
ancora lontano
spazi che non riesco a credere, per sentire
e poi, quel dio dalle tante facce
quale suo sguardo
avrà decretato soluzioni di morte?
Si muovono di notte
fantasmi di questa terra un tempo noi
e non fanno rumore
di passi che segnino altri confini.
Solamente il fruscio di stoffe accanto
senza calore di corpi
dimenticato
nelle loro stanze ormai lontane.
È sempre così azzurro
questo pianeta
di guerre che nessuno vince
mai?

Pino Sansò

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