Campi di neve

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Come l’acqua del fiume che scorre
tra campi di neve, e non gela

 

 


La fotografia è di Giovanni Bocchi, un amico di Parma

 

Via delle casette

Non posso credere che la notte
la vita
sia questo rullare di auto
motorette
odori di trattoria che spaziano
come uno spot
pubblicitario
nella nostra piccola via.

Neppure la nudità impudica
per la frescura che entra
dalla finestra
o le stelle che brevemente
danno mistero
ai giorni
dell'estate inoltrata.

Mi manca "nu pianefforte 'e notte"
per capire
o la musica delle tue parole.
Oppure, ancora,
uno scrosciare di onde sulla riva
come furtivo scorrere
del tempo.

In via delle casette sbiadito
borgo di pastello
sono come questo torrente
che sogna
la montagna declivia
e intanto tra neri balzi di sassi
corre
fino a perdersi nell'aperto mare.


Dire tra noi

Comprendere
cosa voglia dire
osservare, raccogliere, capire
scegliendo
per la prima volta
dove sostare
mentre lambisce il ciglio
come per gioco
l'acqua profonda del mare,
amare. Ciò che posseggo
oltre
a queste mura non mie
la noce
l'aria per respirare
un tepore
e piccole cose da ricordare
è desiderio soltanto e te
compagna sulla riva.

E il dire tra noi,
questo vento leggero delle parole
che non porta via.


Sulla riva del lago

Dunque la lista
pane
prosciutto
formaggio frutta foglie
vino
e un poco di parole
sempre acqua che sciaborda pigra
per il nostro amore
e i tuoi fianchi distesi
quel cielo azzurro il crinale
cratere e il verde
dei boschi a precipizio
tuffati
nei tuoi occhi.
Sulla riva di un lago
ed oltre
anche noi
a rendere plausibile ogni cosa
tra gente che trascorre.

Come spesso in attesa
sul molo catturate
dallo specchio di cielo le parole,
noi a prometterci eterno
ad afferrare
un attimo
di vita che non cede mai
al ricordo.


Francesco Biamonti

La voce che abbiamo ascoltato
credendo fosse te
era soltanto l'eco
uscita dalle segrete
cavità della terra
ancora tua, mio padre.

Tra pietrose fasce
e germogli che soltanto il mare
delle balze
contiene per occhi che vegliano
o raccolgono
lungo sentieri dirupati
tra i contorti ceppi
la parola difficile è lieve
e così
per noi posavi i segni che rimangono.

Quanto sia minore un tempo
tra altri
il cielo non sa, nonostante
si apparti in un canto del mondo
dove talvolta
fiorisce la semplice lavanda di nessuno
e di ogni uomo almeno il suo profumo.

Di un vecchio ulivo
tutto ciò che è saputo
non hai scritto, e ancora
sopra la ruvida parete della scorza
per chi sfiori la mano
vi rimane.


Piccolo rom

Underground metrò
solfeggia l'agile mantice
di stoffa imperlata e il rom
subway tube
metropolitana
sferragliamento e note di danza
su rotaie erette
come un tango notturno
nel buio illuminato di balera
del miserabile wagon
romano.

Lui alza il mento
e gli occhi verso il cielo
del padre
oscuro come un ordine
e tintinna
serio il bicchiere vuoto
di ninnoli insignificanti
e argentei come il gelo sui marciapiedi.
Percorre la carrozza e tace.

Di tanta ricchezza racchiusa
nel cartone
di fronte a me per coraggio
su quel bosco
di testa
che chissà cosa pensa
appena una carezza
in premio di esser tale e non altro.

La serietà
è un dono della giovinezza
il resto della vita
aprire a forza un cuore
troppo stretto.


Guerra

E come potevamo noi cantare

dove stanno i colpevoli
ormai
e i poveri dell'altra parte
buoni per maternità e figli
credenti
calpestati dalla barbarie?
Patrie senza frontiera e divinità
senza volto
mercanteggiano immagini
di vendetta per il quotidiano
cliente
di una Storia
avvincente sul palcoscenico
di cronache insensate.

Noi ancora col capo chino e la voce
smorzata dentro al petto
di fronte
alle ragioni urlate con la forza,
we shall over come non vinceremo
mai se non saranno
almeno i nostri corpi
ad oscillare lievi come parole
alle fronde dei salici
e per voto. Il resto
ancora
è appena e solamente dire.


Capita

Un foglio bianco
il vaso di cristallo
un bicchiere
lettere sparse
parole
l'aria, le finestre
il telefono
una fotografia
la luce, la tavola, i segreti
il ronzio del computer
e all'improvviso
un'auto per la via e
te
che rincorro nei sogni
così lontana
come non fossi mia.

Capita
qualche volta
sia necessario trasformarci in cose
anche noi, anche noi
perché il tempo
non ci trascini via.


Creuse

Genova è tutta discese
(e salite)
dove i giorni del primo gelo
(la città non ama la pioggia battente)
portano verso i brevi torrenti
provvisori
covoni immaginari
di scoloriti aghi di pino.
Genova è uno scivolare
trattenuto
dalle erte creuse
degli animi verso il mare.

Aghi di pino
noi tutti
che corrono verso il loro destino.


Verso il buio

Un'isola di luce
e nell'ombra
di un'altra stanza la radio
che dispensa parole
come grovigli di motivi
intesi
per non precipitare.

Dove stanno tutte le primavere?

Si aprono alla notte
i sipari (come sempre)
liberi e
nel volo ampio dei sogni
non so più
tra i tanti
di me
chi interrogare. Scrivo
segni di luce su una tavola
di vetro.

E scivolo lentamente verso il buio
del mio sconosciuto
mare.


Neppure per respirare

Ho mani così grandi che il tuo capo
è mio
e non bastano i fianchi
a dilatarti
fuori da me che tengo
distante fino all'universo
il morbido delle anche: sfuggono
soltanto
i raggi del sole, i fili
dispettosi come il fieno negli abiti
dei tuoi capelli: mi afferrano
il respiro e mi sostengono miglia
sopra la terra.

Poi la resa di entrambi.

Si soccombe di fronte allo stupore
di mani che accarezzano
occhi
penombra
le prime parole sussurrate
gocce di rugiada sul tuo petto
domande senza attesa
ed è facile volare come gabbiani
sul filo delle onde
di questo mare d'amore
senza mai sostare.

Neppure per respirare.


Locanda Mediterranea

Un salto leggero e la nuvola
sciolta dei tuoi capelli
un po' più in su del cielo e
rossa come il tramonto
dalla riva del mare.
Tanta grazia per me che rubo
a un prezzo banale
di parole
il tuo sorriso chiaro come il sole
nella buia via.

A un ladro d'immagini di te
alla finestra, ancora
il lampo segreto dei tuoi occhi
per sapere se c'era.
Poi solo la pioggia di luce incerta
dei lampioni
malinconici
in attesa
del mormorio dei sogni, quieti
che illumina la sera.


Frutti di pesca

Come certi piccoli frutti
di pesca
che aspettiamo crescere al sole
della primavera
e cadono esausti prima
di esultare maturi
sulle nostre labbra i pensieri
si perdono senza significato
nelle teorie intuizioni felici
verità
che nulla cambiano, solo le giornate
si susseguono uguali
nella monotonia del tempo che travalica
ogni cosa
come per dire
amore, gloria fama notorietà
famiglia.

Tu mi rimani oltre le tese
discussioni desolate dalla verità
dei fatti che mi narri, se solo
fossi un amico
capirei
ma il profumo di pelle mi distrae
anche se da lontano
e mi confonde.

Non è cambiato nulla, l'utopia
in quanto tale
è sempre più improbabile e il peggio e che noi
non siamo ancora morti di un testardo
testimoniare.


Mattino

Occhi e il chiarore del viso
nella penombra sorpresa del mattino
e tu, i capelli sciolti nel profumo
inesauribile dei nostri corpi
avidi di noi come se fosse mare.

Due stanze raccolte, l'invadere
insolente del sole
attraverso pigre finestre ed aria densa
di parole.

Tu ed io per amore
siamo la notte e il giorno necessari
l'uno per esser l'altro
e non è detto, chi illumini e chi sogni.


Viterbo

Immobile è l'aria, le pareti e anche la pioggia
di quasi primavera fuori dalle finestre
in questa bigia città d'etruschi e pietre
grevi nella solennità del sonno
della storia.
Ferma è la luce, le ombre, i sogni
il pulsare del cuore nell'attesa, fermo è
il respiro e persino gli odori delle case
vicino al mezzogiorno,
e tace ogni cosa. Solamente
il tuo vibrare ancora
tra i pochi arredi mi colpisce, mi turba
mi invade con il tuo profumo mentre
ti vesti, ti protendi guardi
mi guardi, illumini la stanza e mi sorprendi.

Cosa importa dove ci troviamo, le case
le strade oppresse dal rombo di auto
all'assalto
della cinta muraria di una città indifesa,
dov'è il mare con il suo scrosciare i sassi
per un diverso scorrere del tempo?

Da qualche parte di quest'universo siamo
noi sempre in attesa
anche delle nostre stesse parole, perché
sia
almeno solamente, il tempo di sognare.


JX

E adesso sono qui a guardare il nulla di te
che te ne stai rinchiusa in quella scatola
muta. Improvvisamente ci si rivede
tutti o quasi
e non si capisce del tutto, ci si riconosce
a malapena
disorientati dal tempo e interrogandoci
sul cosa sia, cosa accada, come è possibile
perché e poi e noi e tu dove sei.
Cosa sarà e come al solito, d'ora in avanti?

Odio questo freddo che prende all'improvviso.
E anche l'immobilità che mi ha sorpreso
più volte, in attesa di un gesto,
suvvia almeno un piccolo gesto per sapere
che non è vero per niente!

La prima volta, si può dire, è stato il calore
delle tue labbra arse come da un fuoco
nel petto.
La seconda quella mobilità inafferrabile
dei fianchi. E lo specchio che ti guardava
e gli agili passi
sulle punte, come danzando, ma in posa.
E il velo candido di sottoveste
sul biancore del sogno. Per me cosa?
Un bacio, guardarti, anche semplicemente
e poi, un altro giorno (era come la vita?)
i tornanti di una strada sempre in salita.

È stato importante, è sempre importante
una donna la donna le labbra parole i pensieri.
Lo specchio per te e io ero specchio di te.

Adesso non so più dove tu sia. Quando
accade svanisce ogni cosa come rapita
sottratta
senza neppure sapere da chi. Si dice avrei
dovuto trovare il coraggio, stampare una
parte di me dentro il tuo universo
per placare almeno il peso di questo viaggiare
scomposto e imprevidente, e sempre col senno
di poi che è più nulla. Più nulla, che è poi
sempre lo zero
alla sprovvista, inatteso, che ci prende e
trascina lontano, lontano…

E la terza volta come per tutte inaccettabile
il ricordo. Come l'acqua del fiume che scorre
tra campi di neve, e non gela.

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