A Parigi!
Al varco di Sampierdarena avevamo due zaini con appesa la fiduciosa bandierina italiana, la mitica Retinette 24 per 36 del padre di Bruno e circa centodiecimilalire ciascuno in tasca. Apparentemente una bella cifra racimolata in mesi di rinunce e progetti. Infatti, paragonata alla moneta di oggi, dovrebbe corrispondere a circa ottocento Euro a testa. Qualcosa mi dice che non potevo essere così ricco, tuttavia... certamente erano centodiecimila Lire. Insomma, quarantadue anni fa abbiamo aspettato pazientemente cinque ore prima che un autocarro ci caricasse per risalire l’Appennino, lungo la “camionale” a poco più di quaranta chilometri all’ora. L’autista del camion, gentilissimo, ci offrì anche la deviazione per Novara, mi pare, dove ci avrebbe ospitato presso la sua famiglia. Ma noi declinammo l’invito per l’urgenza di proseguire verso la Francia.
Intorno a Vercelli scontammo ancora la mentalità locale non troppo propensa al soccorso dei moderni viandanti. Eppure la nostra comune decisione di adottare un abbigliamento chiaro, pulito e perciò rassicurante! Avrebbe prodotto maggior effetto in altre regioni d'Europa certamente più evolute (allora) della nostra...
La mia memoria balza direttamente a Digione dove sprovveduti com’eravamo e probabilmente privi dell’indirizzo per un Ostello della gioventù, cercammo di sistemare i nostri sacchi a pelo sul morbido praticello di un’aiuola cittadina. Prima che facesse buio si fermò l’auto di una signora che, occupando i sedili posteriori, sembrava disporre di un autista. Ci invitò a salire per condurci in un luogo più acconcio per trascorrervi la nottata. E fu così che ci ritrovammo nei vasti corridoi di una scuola adibita a ricovero notturno attrezzato per i convenuti ad un raduno di quello straordinario movimento dei Focolarini. In tutti questi anni ho conservato la convinzione che la sensibile e determinata signora fosse proprio quel profondo spirito, quella grande anima di Chiara Lubich. Dunque una specie di dono dal cielo, uno dei tantissimi ricevuti in quel nostro attraversare mezza Europa!

Non ricordo cosa ci avesse spinto verso un viaggio spericolato verso le Higlands, l’estremo Nord della -se così si può dire- terraferma britannica, anzi scozzese! In quel periodo avevo letto quel bel libro di Gwyn Jones “Antichi viaggi di scoperta in Islanda, Groenlandia e America” edito da Bompiani nel 1964 (l’avevo ricevuto in dono dalla madre di Mario Belloni, col quale sarei giunto, ancora perigliosamente, fino al punto più a Nord del nostro continente): riportava le Saghe degli avventurosi viaggi dei norreni danesi e finnici verso l'estremo Nord americano, attraverso i temibili mari del Nord. Anche Eirik il Rosso aveva toccato la Scozia prima di dirigersi verso Vinlandia. Quante suggestioni emozionanti!
Arrivammo a Parigi attraverso un quartiere periferico popolato da nordafricani, immagino algerini ed immigrati di altre etnie. Ci sentivamo sufficientemente (quasi) sicuri di noi stessi da non accorgerci di apparire come Totò e Peppino a Milano, essendo poco abituati, allora, alla presenza di comunità estranee a quella nazionale. E poi erano le sei del mattino e dovevamo aver trascorso la notte viaggiando: quale sorpresa un locale aperto -mi pare di ricordare fosse una specie di bar latteria, con le uova sode sul bancone, in un cestino di filo di ferro- e l’intenso profumo dei croissant appena sfornati! caffè alla francese e croissant, da farci rinvenire dal sonno e dalla stanchezza e dai timori!
L'ostello della gioventù si trovava nel Boulevard
Kellerman, a poche centinaia di metri dall'Avenue de la Porte d'Italie: non
lontani da casa, dunque...
Era un complesso di bassi edifici popolatissimo.
In quel periodo dell'anno, forse per quel periodo quasi sessantottino,
ospitava
giovani di tutto il mondo. Che ci sentissimo un po' provinciali, coi nostri
miseri parlari francese e inglese, non occorre sottolinearlo, ma trovarci
in mezzo a tanti coetanei diversi per abbigliamento, lingua e persino colore dei
capelli -dal nero carbone al biondo quasi albino- era emozionante e ci faceva
sentire, invece, cittadini del mondo.
E i frequentatori di quella istituzione dovevano essere anche di indole
piuttosto varia se il direttore -un ragazzo francese di un'età poco maggiore
della nostra- non si preoccupava di nascondere l'impugnatura di una pistola a
tamburo che sporgeva da una sua tasca. Immagino potesse essere una banale
scacciacani, ma ancora adesso non ne sono tanto sicuro!
Comunque erano tantissimi, con la conseguente disposizione che non si potesse
usufruire dell'ospitalità oltre un certo numero di notti che mi pare fossero
tre. Persino le code alla reception erano lunghe e, naturalmente, multietniche.
L’Ostello era frequentato da molti
italiani e, come è naturale, i connazionali erano i favoriti per lo scambio
delle informazioni. C’erano tre ragazzi che sembravano particolarmente
disorientati e scontenti. Erano un fratello e una sorella, accompagnati da un
amico, tutti provenienti da Padova.
La loro scontentezza derivava dal non trovare a Parigi quell'esotismo che si
attendevano, come se il viaggio non avesse valso la pena. Non ho motivo di
giudicare quella cecità -o quella chiaroveggenza- per cui scema l’importanza
delle diversità, della località, delle tradizioni, dei costumi e persino della
varia topografia. Sembra che quel grande filosofo di Immanuel Kant non si fosse
mai mosso dalla sua Königsberg, ciononostante aveva saputo esprimere tanto sul
mondo e sull'esistenza umana. Tuttavia mi sembrava assurdo che quegli occasionali
amici non sapessero “cogliere” Parigi. Non era questione di Tour Eiffel o
Champs-Élysées o Montmartre.
Così li indussi a partire per una stravagante
spedizione: una strada qualsiasi di Parigi, il campanello presso un portone,
l’esplorazione dei pianerottoli alla ricerca dell’indicazione “Monsieur Dupont”
e poi le porte, le lampade, gli zerbini, gli scalini, le targhette alle porte,
gli odori e i rumori che da quelle porte traspiravano.
Anni dopo, in un viaggio
con i genitori della mia prima moglie, ricordo la difficoltà (o la reticenza) di
quella che era la mia suocera nel riconoscere l’incontrarsi del Mare del Nord
con l’Oceano Atlantico presso John o' Groats, nella Highlands scozzesi. E poi
nel disconoscere l’essenza della brughiera sugli altipiani di quella regione.
Non c’è preconcetto o cecità o banalizzazione in tutto ciò. Probabilmente solo
la difficoltà di allentare le briglie dello spirito e della fantasia di fronte
allo stupore delle cose che ci circondano. E questa non è una colpa, certamente
solo una forza o un limite.
Insomma, in quel caso i ragazzi uscirono convinti che quella città non fosse Padova né Roma
o Milano. Un bel successo... non è forse stato detto "Parigi val bene una
messa?".
Parigi, oltre allo stupore per i suoi monumenti e
il Louvre (Monna Lisa, la Venere di Milo e soprattutto la Vergine delle rocce
-la prima versione, perché la seconda l'avremmo vista a Londra alla National
Gallery) ci offrì qualche piccola scoperta alimentare. Ricordo ancora con
golosità la sosta in qualche ristorantino lungo i Boulevard -mi chiedo come
potessimo permettercelo, più di una volta- e l'iniziare il pasto con hors-d'oeuvre
(che infine, nel nostro caso, era un piatto di pomodori e cipolla). Seguivano l'entrée
e le plat principal. Immagino dovessimo sentirci come gran signori!
E poi la curiosità delle vaste esposizioni di frutti davanti ai negozi di
alimentari. Non è che mancassero nella nostra Genova: chi ricorda -per esempio-
quell'universo di colori in Via della Maddalena, prima che le norme igieniche ne
limitassero l'espansione?
Ma a Parigi vedemmo per la prima volta prugne di dimensioni mostruose e neanche
tanto prugne: erano pesche-noce provenienti dalle campagne della provincia
francese circostante Parigi. Ne fummo stupiti perché non ne avevamo viste prima
ritenendo che in Italia non fossero ancora diffuse.
Le fotografie che accompagnano questi ricordi, riviste curiosamente dopo quarant'anni e invecchiate, dunque, come vino robusto e buono, risentono del tempo con tutti i graffi da manipolazione e per l'alterazione dei colori. Ma documentano la nostra -mia e di Bruno- permanenza alquanto turistica nella città, compresa la visita di Monmartre. E questo luogo turistico per eccellenza non sembra molto cambiato nel confronto con un'immagine tratta in questi giorni dal Web!

A ripensarci, non ci capitò di avere molti contatti con la popolazione francese e parigina in particolare. Mentre conservo molti ricordi delle persone che ci offrirono un passaggio in auto in Scozia, sono svaniti i volti e le parole dei nostri "sostenitori" continentali e inglesi. E quanti italiani a Parigi! oltre a quei ragazzi dell'Ostello, mi (ci, forse) sono rimasti impressi quelli a bocca (semi)aperta davanti al ritratto della Gioconda: in canottiera e con l'atteggiamento della visita d'obbligo. Probabilmente ci siamo un po' vergognati di quei conterranei poco ossequiosi in quel santuario dell'Arte. Un poco mi sono... sdebitato di tanta riprovazione, una decina di anni dopo durante la visita al Museo archeologico nazionale di Atene. Le comitive di francesi in visita erano chiassose, vocianti, irriverenti e supponenti a tal punto da farmi ripensare la provincialità di quei connazionali a Parigi.
Non ci avvicinammo neppure alla Tour Eiffel, anche se la fotografammo dagli Champ Elysee. Un po' di snobismo? però fissammo l'immagine equestre di Giovanna D'Arco presso Rue de Rivoli (la place des Pyramides): un'eroina, una donna, una ragazza, no?
Ecco le poche immagini del nostro vagabondare.

Arc de Triomphe du Carrousel presso il Louvre
Il Louvre
La statua di Giovanna D'Arco
Proprio non riesco a ricordare per quante notti fummo ospitati dall'ostello della gioventù. Mi pare che le stanze fossero ampie abbastanza per accogliere sei ragazzi, ovviamente in ambienti separati per maschi e femmine, mentre erano assai varie le provenienze regionali degli stessi ospiti.
Nella nostra camera c'era anche un coetaneo di origine nordafricana, forse araba, che a una certa ora -immagino al tramonto- si disponeva ginocchioni (sul letto) per la preghiera quotidiana. Nonostante la televisione, in quegli anni non sapevamo molto del mondo, ma sono sicuro di non aver trovato nulla di strano in quel rito. Infatti avevo già conosciuto in Valtournanche l'amico iraniano (principe) Mustafà Kamel Issà che, nonostante la conversione al cristianesimo, aveva mantenuto la tradizione di una intensa preghiera serale. Per emulazione meditativa mi ero convinto di potermi distendere sul letto per raccogliere tutte le mie forze mentali ed allontanare spazialmente il mio spirito per poter osservare dall'esterno il mio corpo immobile. Ovviamente non sono mai riuscito a fotografarmi da quella ambita distanza!
Così arrivò il momento di lasciare l'Ostello.
Grazie al passaparola trovammo ospitalità (o, meglio, ricovero) in una vicina
scuola.
Era una serata piovosa e di certo la necessità di traslocare non era piacevole.
Per fortuna si era in tanti e tra noi molte ragazze: chissà se quella
circostanza di emergenza non avrebbe favorito anche noi in qualche gradevole
approccio...
Invece, una volta invaso l'edificio scolastico, abbastanza ampio per disperderci
negli ampi corridoi di diversi piani (qualche varco ci aveva favorito
l'ingresso, ma le aule erano chiuse a chiave), ci ritrovammo, Bruno ed io, con
un arruffato e sgraziato italiano che aveva rimorchiato una ragazza della quale
non ricordo neppure l'aspetto. Ci sistemammo alle estremità del corridoio
apprestandoci, noi due, a goderci almeno l'asciutto.
Ma non ci fu verso di dormire. Ogni dieci minuti, l'ansimante e agitato
tracagnotto veniva a svegliarci per chiedere acqua: evidentemente le sue
performance non producevano che sforzi vani e insoddisfacenti e sudate. Poi,
verso le una di notte, grida concitate anticiparono l'irruzione di una signora
accompagnata da due uomini in divisa, Si trattava, evidentemente, della Preside
o Direttrice che veniva a reclamare l'inabilità della sua Scuola.
Il resto della notte fu -ne ho un ricordo vivissimo e sonnacchioso- lo
scavalcamento di una recinzione per accedere a un parco. In questo, l'unico
ricovero possibile dalla pioggia era costituito da un basso contrafforte lungo
la parete di una costruzione, vagamente riparato dalla sporgenza del tetto,
molto più in alto, ma scomodamente inclinato verso il prato circostante. Dunque
col pericolo allucinato dal sonno di cadere per ritrovarsi stesi sull'erba zuppa
di pioggia.
Ho un vago ricordo del giorno successivo. ma ho
in mente un campo sportivo che qualcuno ci aiutò a raggiungere per trascorrere
la notte successiva comodamente sistemati negli spogliatoi dotati anche di
doccia.
Festeggiammo l'ultima sera trascorsa a Parigi (e dintorni) sacrificando una
delle sorprese che conservavamo dalla partenza: preparammo per un piccolo gruppo
di rifugiati -italiani e francesi- una fumante pasta asciutta con il pacco di
spaghetti Barilla e i pelati Cirio che tenevamo nei nostri zaini.
Il giorno dopo, studiata la carta stradale, ci
accingemmo al trasferimento per il Belgio con la scelta strategica di uno snodo
stradale presso il quale tentare di ottenere i necessari passaggi
automobilistici.