Proseguimento attraverso il Belgio

Partiti da Parigi avremmo dovuto prendere la direzione di Calais, a Nord. Invece ci dirigemmo verso Bruxelles con l'intento di raggiungere la cittadina di Hasselt e far visita alla famiglia Davos.

Avevo conosciuto la famiglia Davos nel 1967 presso il campeggio Peuterey, in Val Veny, la più selvaggia tra quelle valdostane, ai piedi del Monte Bianco. Era una coppia di persone gradevoli e cordiali, con due vivaci figlioletti Carl ed Ann. Diverse vicende montanare avevano saldato tra noi una vera e sincera amicizia che si era rinnovata l'anno successivo, nella stessa località. Durante quelle due estati avevo vissuto giornate davvero avventurose con il mio compagno di scuola Pigi, una modesta tendina e poche altre risorse. La visita in Belgio -che avrebbe spezzato gradevolmente il nostro viaggio- era prevista dalle tante promesse scambiateci allora con la famiglia Davos.

E' curioso che io non ricordi proprio nulla del tragitto fino a Bruxelles. Eppure, riguardando ora la mappa stradale tra Parigi e l'altra capitale, mi pare che la strada attraversi regioni naturalisticamente assai interessanti, ricche di notevoli e speciali panorami. Fu invece spettacolare la prima impressione che avemmo di quella città. Ancora oggi le immagini mantenute nella memoria mi fanno pensare a elaborate composizioni infantili sullo stile di quel gioco, allora diffusissimo, consistente in blocchetti di legno di vario colore e foggia. Perciò ho cercato di ripercorrerne qualche via con lo strumento Street View di Google. Evidentemente qualcuno ci aveva portati nel pieno centro della città, nella "Grand Place", forse proprio per farcene ammirare la spettacolarità. Dall'immagine che copio qui di seguito, tale e quale il mio ricordo, potrebbe ancora essere condivisa la mia impressione di allora.

Alla sera, la necessità di trovare un posto dove dormire apparve problematica. Non avevamo, evidentemente, un elenco di ostelli di tutta Europa essendoci preoccupati solo di Parigi e Londra e confidando nei campeggi per il resto del viaggio.

Non lontano dalla  Grand Place c'è la Stazione centrale di Bruxelles dove cercammo di trovare rifugio. La ricordo grande, moderna, quasi elegante. A rivederla ora, sempre grazie a Google, viene da pensare che tutta Europa abbia perso gusto per le proprie città.
Dunque raggiungemmo a piedi la stazione ferroviaria, probabilmente per la convinzione di raggiungere Hasselt, il giorno dopo, avvalendoci del treno, visto che i belgi si dimostravano un po' restii ad offrire passaggi.
Quella grande costruzione appariva come un luogo protetto, chiuso, riparato, ampio e dissimulante ma che, purtroppo, aveva la pessima abitudine di chiudere a sera tardi. Così fummo cacciati via dagli altoparlanti indirizzati ai barboni e ai girovaghi come noi.
Il viale che si allontanava dalla stazione era diviso nelle due corsie di marcia da una aiuola verde arricchita da giovani alberi. Lì "piantammo" la nostra canadesina, stanchi per la giornata di viaggio e molto assonnati. Per fortuna nessuno ebbe da dire e al mattino, quando ci svegliammo nel traffico intenso, togliemmo in tutta fretta -si può proprio dire così- le tende per dirigerci verso la meta successiva.

Credo che prima di arrivare ad Hasselt prendemmo un temporale e le attese per un passaggio furono estenuanti. Se gli automobilisti della provincia italiana erano restii ad offrire posto in auto a due ragazzi, seppure dall'aspetto inoffensivo e pulito, quelli della provincia belga non erano da meno. Ci eravamo allontanati dalle principali vie di comunicazione condannandoci, perciò, a quelle lunghe attese. In particolare ricordo la sosta alla periferia di un paese. Faceva un caldo quasi insopportabile e sull'altro lato della strada le finestre aperte di una casa facevano immaginare tutte le comodità domestiche che noi avevamo lasciato nella nostra città: la cucina, un frigorifero fornito di bevande fresche, un bagno come si deve e stanze confortevoli. Fu uno dei momenti di maggiore sconforto, ma il nostro viaggio doveva proseguire nonostante i disagi.

La sosta presso gli amici Davos, fu breve -due sole notti con la tendina sistemata nel loro ampio giardino- ma gradevole e rinfrancante. Un'altra occasione per conoscere la tipica abitazione di una regione diversa dalla nostra e gli usi alimentari. Sembra che solo noi italiani fossimo abituati, al mattino, a una colazione frugale. Per quella famigliola il risveglio era una ulteriore occasione per la riunione intorno al tavolo da pranzo (oggi molte abitudini conviviali sono cambiate in tutta Europa, come si sa). Quanto ai cibi, la sorpresa mattutina si presentò con un tetrapak (la scatola tetraedrica, allora in uso anche in Italia, per commercializzare il latte) dal quale veniva "spremuto" uno strano e poco invitante liquido nero: una specie di elaborazione della liquirizia che veniva spalmata sul pane, che stranezza davvero! per fortuna c'era molto altro.

Il secondo mattino il signor Davos ci accompagnò fino all'inizio dell'arteria stradale che conduceva alla costa, sul mare del Nord!
Per qualche motivo ottenemmo un passaggio per Anversa: il percorso si sarebbe allungato rispetto a quello in direzione Gent, ma l'idea di attraversare Antwerpen, probabilmente, ci convinse ad approfittarne. Di questa città ho un ricordo monumentale, chiese gotiche e palazzi storici, le insegne della sede di una Università. Mi è rimasto il desiderio di tornare a visitare -ovviamente con maggiore autonomia- quelle città continentali dal carattere decisamente nordico.

Alla sera arrivammo sulla costa: finalmente di nuovo il mare, che per genovesi come noi è respiro ed orizzonte. Però non era quella cosa affettuosa che conoscevamo noi! il grigio della sabbia e l'aspetto un po' freddo della battigia... e quelle sdraio che non si capiva cosa stessero a fare lì... davvero una cosa da nordici senza un vero sole e senza un vero mare!
Ma le sorprese non erano terminate. Sistemammo la tenda sulle dune sabbiose a monte della strada -la luce del giorno stava svanendo- e ci apprestammo ad estrarre il necessario per la cena e per la notte dagli zaini. Orrore! accese le lampade a pila ci accorgemmo che tutto, gli zaini, la tenda, i vestiti... tutto brulicava di esserini vermiformi e centopiedi!
In realtà si trattava di quegli animaletti chiamati "porcellino di terra", cioè l'armadillo volgare che è comune anche dalle nostre parti... Ma così tanti e invadenti e improvvisi non ci era capitato neppure tra le sabbie di Capo Colonna, a Crotone, dove avevamo intrapreso un avventuroso campeggio l'anno precedente.
Scuotemmo tutto, tenda, zaini, indumenti, attrezzi e documenti per avviarci, un po' stanchi e un po' sconfitti, sulla passeggiata del lungomare di Ostenda.

La situazione consisteva in noi due -due ragazzi stanchi e preoccupati di trovare un posto dove pernottare- una ampissima promenade in riva a un mare poco attraente, alti lampioni dalla luce gialla e un po' spettrale, una città sconosciuta sullo sfondo e lunghe panchine di ghisa verniciata, proporzionate alla larghezza del marciapiede pedonale. Ne scegliemmo una e, data la sua estensione, ci sistemammo entrambi, distesi piedi contro piedi, per trascorrervi la notte.
Ciò che accadde dopo un breve tempo lo avevo fissato anni fa in una lettera ad un amico. Dunque lo trascrivo per non alterare la suggestione che ancora percepivo nel ricordo di tanti anni fa.

"Ripensai a tanti anni prima quando in viaggio con un compagno di scuola chiedevamo passaggi per raggiungere la Scozia. Una volta, provenienti da Bruxelles, ci sorprese la notte sull'immenso marciapiede del lungomare di Ostenda. Il Mare del Nord, appena conosciuto, raffreddava l'aria brumosa resa irreale dalla luce gialla dei lampioni. Ci sistemammo nei sacchi a pelo su una lunga panchina della passeggiata quando si accostò un anziano signore. Con un italiano strascicato tentò di dissuaderci dal proposito di dormire all’aperto, con quell'umido. “Qui non è come in Italia”, aveva detto, “la notte non è tiepida ed accogliente come sulle vostre coste. Dormire cosi è pericoloso per la salute. Io sono stato in Italia da giovane, è un bellissimo paese. Ed era molto piacevole andare a passeggio di notte -vi prego accettate questo denaro per andare a dormire in una pensione. Capisco che voi ne abbiate già abbastanza ma io sono molto grato al vostro Paese e sarei lieto che accettaste questo piccolo omaggio. La voce del vecchio era amabile e suadente, confusi ed un po’ storditi dal sonno e dalla stanchezza accogliemmo quell'offerta (la cifra era sufficiente per il pernottamento in un albergo di lusso). Dopo un poco si allontanò da noi. Una donna che pareva più giovane di lui lo aspettava venti metri più avanti: lentamente sparì nella nebbia notturna del Mare del Nord illuminata dalla luce gialla dei lampioni. Così, misteriosamente, mi è rimasto impresso nella memoria".

Immagine tratta da una rivista a disposizione  presso lo studio di un medico e ottenuta previa richiesta: è tale e quale il mio ricordo!

In effetti, accogliendo quella raccomandazione, ricomponemmo i nostri zaini e ci dirigemmo verso le prime case della città, poco lontane. Alla prima insegna di Hotel suonammo il campanello (era già piuttosto tardi) e così conoscemmo una vera stanza da letto del Nord -così pareva a noi- con cuscini a forma di cilindro e piumini in piena estate, nel sottotetto di una vecchia, forse antica, forse ormai inesistente, casa di Ostenda.
Il giorno dopo percorremmo, grazie alla generosità di chissà quali sconosciuti viaggiatori, il tragitto fino a Calais (evitammo per motivi di costo i traghetti che partivano dalla vicina Dunquerque) e, sempre a carico di automobili amichevoli, intraprendemmo la traversata per Dover raggiungendola, tanto per cambiare, a tarda sera.

Il racconto prosegue con l'arrivo a Londra ma, per chi avesse la pazienza e la benevolenza di leggere, è presente una specie di Entr'acte il cui contenuto mi sta molto a cuore.

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